L’attività rientra nel Servizio di Terapia Occupazionale. Al Centro Cardinal Ferrari si fa da dieci anni e ha portato risultati positivi nei percorsi di cura dei pazienti

Cucina Terapia, perché aiuta la riabilitazione?

Quando si parla di cucina terapia in ambito riabilitativo c'è il rischio che, nell'immaginario comune, si pensi ad una semplice attivtià ricreativa proposta ai pazienti durante la degenza. In realtà, si tratta di una vera e propria attività strutturata di Terapia Occupazionale guidata da esperti. Al Santo Stefano Riabilitazione, esiste l'esperienza di Cucina Terapia del Centro Cardinal Ferrari di Fontanellato (Parma), centro di riabilitazione delle gravi cerebrolesioni acquisite, che da poco ha compiuto dieci anni. 

Nata nel 2007, l’attività si è sempre più strutturata arrivando oggi ad essere un percorso di Terapia Occupazionale molto apprezzato e con risultati efficaci nell’ambito delle cure riabilitative integrate. “Il Centro era già dotato di una cucina che è stata poi adattata e attrezzata, abbiamo iniziato ad utilizzarla organizzando attività sperimentali – spiega Sara Bosetti del team del Servizio TO di Cucina Terapia -,  da attività sporadiche siamo poi passati ad attività più strutturate, con il gruppo spesa, il gruppo mercato, la collaborazione con l’orto giardino del Centro per la raccolta dei prodotti”.

Un percorso con un programma settimanale: il gruppo spesa il martedi, la preparazione della torta il mercoledì, il pranzo il giovedì ed il momento dell’aperitivo il venerdì. Si aggiungono poi i corsi con gli chef, preparando piatti sotto la guida di un cuoco professionista, e la realizzazione dei ricettari, a cura dei pazienti. “Le attività possono essere individuali o di gruppo, legate al miglioramento di disabilità manuali o cognitive e comportamentali – aggiunge la Bosetti –, si valuta il livello di autonomia, è come un addestramento per il ritorno alla vita quotidiana in vista del rientro a domicilio”.  Si va dal cucinare a fare il bucato, dallo stirare all’uso del computer. In base alle condizioni del paziente, gli esperti valutano consigli per l’uso di ausili che facilitino i movimenti, per esempio posate e taglieri adattate. Nei casi di deficit cognitivi, risulta poi molto importante anche insegnare al Care Giver e al famigliare che assiste il malato. “Pur seguendo un metodo, l’attività si plasma in base alle difficoltà del paziente, se più cognitive/comportamentali o motorie – sottolinea la Bosetti -, faccio un esempio, se la persona si muove nella stanza con insicurezza consiglio l’uso di un carrello portavivande - prosegue-. L’aspetto dei consigli pratici che emergono dal fare è quello più gradito dai pazienti e dai famigliari perché tocchiamo con mano le difficoltà che potrebbero incontrare una volta a casa da soli”. 

I risultati raccolti in questi anni sono incoraggianti. “Il trend è positivo, la Cucina Terapia si integra con il percorso che i medici hanno studiato per il paziente, gli input arrivano dallo staff che ha la presa in carico. L’obiettivo da raggiungere può essere quindi legato ad un aumento delle competenze cognitive o al miglioramento/ superamento di una disabilità motoria”.

Un ruolo fondamentale lo svolge la motivazione, come spiega la Bosetti: “Un fattore base per raggiungere gli obiettivi, la cucina non è proposta a tutti, deve essere stimolante, cito il caso di una paziente, amante dei fornelli, con una difficoltà ad esplorare lo spazio a destra, nel preparare la pizza è riuscita a spalmare il pomodoro su tutta la superficie non solo a sinistra come ci si aspetta in questi casi, incentivata a superare il suo limite di esplorazione dello spazio”. 

Alla raccolta dei risultati,  ora si aggiungerà anche un follow up tarato sui pazienti dimessi da sei mesi per testare come se la cavano a domicilio dopo l’esperienza al Centro.

Fra le novità, anche il coinvolgimento dei bambini. “Abbiamo dato il via ad un lavoro individuale sui bambini perché la cucina risulta un gioco altamente motivante – spiega - lavoriamo in un setting protetto stimolando, come per gli adulti, l’ autonomia – conclude -attività come lavarsi le mani prima di cucinare ci consente di insegnare l’igiene, indossare il grembiule diventa il gioco per imparare a vestirsi, impugnare il cucchiaio è abituare all’uso degli utensili della quotidianità, muoversi in cucina e testare le ricette li fa sentire grandi.  

Ma come deve essere una cucina adattata per una persona in carrozzina? Gli  esperti del CCF raccomandano alcune priorità base: lavandino e fornelli liberi da ingombri; fuochi ad induzione; continuità del piano di lavoro; cassettoni e pensili con ante che scorrono invece degli armadietti.

In un mondo sempre più attento all'accessibilità per tutti, alcune case produttrici di cucine hanno già pensato a composizioni con accorgimenti accessibili, adatti per persone con e senza disabilità motorie.