La differenza fra i disordini di coscienza dopo un danno cerebrale

Coma, stato vegetativo e di minima coscienza

Dopo un danno cerebrale, per ictus o trauma, può sopraggiungere uno dei seguenti “disordini di coscienza”:

Coma. È lo stato più grave, in cui non vi è alcuna attività cerebrale che varia nel tempo e nessun livello di coscienza. Il corpo è come senza vita e gli occhi sono chiusi. È una condizione che si mantiene per un breve tempo. Poi, se non si muore, si passa in uno degli stati seguenti.

Stato vegetativo. La maggior parte dei pazienti sopravvissuti passano a questa condizione, in cui il movimento degli occhi, spontaneo o generato da uno stimolo doloroso, indica una parvenza di vigilanza. Che è ben diversa da una capacità di coscienza.

Stato di minima coscienza. È la condizione intermedia, nella quale si possono riconoscere comportamenti saltuari di coscienza, anche se la persona non ha alcuna consapevolezza di sé nel mondo e neppure capacità di autogestione o di esprimere i propri bisogni. Ancora una volta gli occhi sono il principale indicatore, quando si fissano nello sguardo degli altri o ne seguono i movimenti. Possono comparire anche alcuni movimenti degli arti.

Il risveglio

Emergere dal coma è un evento raro ma possibile. Si verifica quanto la persona è in “stato di minima coscienza”. Il primi segnali del risveglio sono spesso intercettati dal caregiver, la persona che più si prende cura del malato, che con lui ha scambi affettuosi. Per questo è fondamentale una buona relazione tra il personale sanitario e la famiglia, che in questa fase si consolida anche con confronti al letto del paziente, da parte di tutti i professionisti coinvolti nel progetto di cura e riabilitazione: logopedista, fisioterapista, neurologo e altri. La presa in carico tempestiva del paziente, che mostra i primi segni di risveglio, da parte di un team multi-professionale specializzato favorisce sicuramente il recupero ottimale. Il progetto riabilitativo deve essere fortemente personalizzato, visto che la maggior parte rimane in una condizione di grave disabilità.

Nei film si vedono risvegli improvvisi con persone in piena coscienza, ma nella realtà si tratta di un caso rarissimo. Il risveglio è invece un processo molto lento e tribolato, in cui i primi segni sono reazioni emotive e inseguimento visivo. Poi, piano piano, qualche consapevolezza dell’ambiente circostante e il porsi in uno stato di allerta ed attenzione quando si avvertono rumori particolari. In questa fase la persona è particolarmente agitata ed aggressiva, come accadrebbe a ognuno di noi che si svegliasse un mattino in una condizione e un luogo sconosciuti, senza ricordare il perché. Anche l’organismo risente di questo stato di sofferenza, mostrandosi nella maggior parte dei casi particolarmente fragile e in preda ad infezioni e complicanze.

Non esiste un farmaco che con certezza attivi il risveglio, così come non c’è una tecnica comprovata di stimolazione sensoriale che faciliti il riemergere della coscienza. In questa fase gli stimoli devono esser pochi e personalizzati, somministrati concedendo lunghe pause di riposo, per non aumentare il turbamento della persona che già si trova in una condizione di confusione e sofferenza.

Non c’è neppure una regola generalizzata di possibilità di risveglio ma è evidente che più tempo il paziente passa in stato di minima coscienza e minore è la probabilità di recupero. Il limite è fissato dalla comunità scientifica in 3 mesi quando il danno è anossico, cioè dovuto a mancanza di ossigeno, 6 mesi per emorragia cerebrale e 1 anno per trauma. Poi tutto può succedere, ma il risveglio tardivo è definito come evento statisticamente improbabile.

Epidemilogia in Italia

Sulla prevalenza dello stato vegetativo che persiste nel tempo (ovvero il numero delle persone viventi in quello stato) i dati sono molto incerti, ma si ritiene che attualmente siano circa 4.000, in parte a domicilio, in parte degenti in strutture tipo Rsa. In altri stati i numeri sono molto minori perchè si riduce il livello di cura o addirittura si passa alla interruzione delle cure per la sopravvivenza.